venerdì 25 agosto 2023

 Non solo Cirò
Termine Grosso eccellenza Calabrese

Cirò è sicuramente la zona vitivinicola più conosciuta della Calabria, ma altre stanno piani piano emergendo a testimonianza che questa terra, incastonata tra mari e monti, può riservare mille piacevoli e interessanti sorprese. L’azienda Termine Grosso è una di queste.



Posta a cavallo dei comuni di Roccabernarda e Cutro, nella provincia di Crotone, a due passi dal mar Ionio, coltiva i suoi vigneti su un altopiano a circa 60 m slm con terreni composti da limo e argilla.
Se il cordone speronato è il sistema di allevamento preferito per i vitigni autoctoni (Gaglioppo e Pecorello in primis), il sistema a guyot è riservato agli internazionali che trovano in questo microclima un habitat naturale e perfetto per la loro maturazione.
La vicinanza al mare e soprattutto le forti escursioni termiche che garantisce questa zona, conferiscono alle uve caratteristiche e note del tutto riconducibili al territorio di provenienza. Acidità, mineralità e profumi, sono il filo conduttore di tutta la produzione aziendale, che si parli dei vini bianchi, dei rosati o dei rossi.
Ci accolgono in cantina Antonio e Patrizia, i proprietari. Persone vere, schiette come i loro vini; un’accoglienza festosa, calorosa, tipica calabrese, che ti mette subito a tuo agio. Dalle parole di Antonio trasuda l’amore per questa terra, per la “missione” che insieme alla moglie Patrizia, hanno intrapreso con l’ottica e la consapevolezza di poter produrre vino di alta qualità mettendo la massima attenzione in ogni procedimento, dalla vigna alla bottiglia finale.



Azienda biologica, si coltivano i classici vitigni calabresi: Gaglioppo, Magliocco canino, Magliocco dolce, Greco Bianco, Nerello mascalese, Pecorello, Zibibbo e Malvasia che su questa tipologia di terreno serve a dare struttura (e non profumi) ad alcuni blend. Accanto a queste tipologie trovano spazio anche alcune varietà di vitigni internazionali; Merlot, Cabernet Sauvignon e Franc che come già detto, in questo areale, acquistano caratteristiche particolari.  
Con un potenziale produttivo di circa 100 mila bottiglie, se ne producono realmente non più di 60/70 mila. Antonio ci spiega che questa è stata una scelta pensata, oculata, al fine di poter seguire personalmente tutte le etichette prodotte. “…. Non cerchiamo i numeri anche se potrei, cerco la qualità di ciò che faccio al fine che ogni bottiglia di vino mi crei un’emozione…”  
La raccolta delle uve viene realizzata esclusivamente a mano e ogni tipologia di vitigno, trattato e fermentato separatamente per poi creare i vari blend. Anche l’utilizzo del legno (principalmente tonneaux), per alcune tipologie di vini, è ben dosato e mai invasivo al fine di rispettare al massimo tutte le peculiarità dei vitigni di provenienza.
Durante la visita in cantina, gli assaggi effettuati sono stati molti e tutti interessanti a seconda della tipologia di vino. Quelli che mi hanno colpito maggiormente (del tutto a gusto personale) sono stati i seguenti.


JXP Pecorello Calabria IGP BIO 2022 13° (100% Pecorello). Vinificato e affinato in acciaio, nella sua semplicità, esprime la vera espressione dell’omonimo vitigno. Acidità, sapidità e profumi sono l’essenza di questo vino. Dal colore giallo paglierino chiaro con riflessi verdognoli, al naso si percepiscono sentori di frutta tropicale e agrumi. Un vino che si lascia piacevolmente bere lasciando la bocca fresca e pulita. Ottimo con le verdure fritte oppure con primi piatti a base di pesce, specialmente con vongole veraci oppure ricci di mare. Eccezionale. Servitelo a 8°C ne apprezzerete tutta la sua bontà.

DONNANÒ Calabria IGP 2020 14° (Greco Bianco, Pecorello, Zibibbo e Malvasia). Bottiglia molto particolare, non solo per il blen, ma soprattutto per la tipologia di produzione. Infatti una parte della massa viene passata in anfora di terracotta dove continua la fermentazione, mentre l’altra parte termina la fermentazione in botti di legno di diverso tipo. Questo passaggio non tende a coprire ma anzi esalta le caratteristiche di ogni singolo vitigno. L’affinamento per ulteriori 12 mesi avviene in anfora e botte, per poi terminare il suo percorso in bottiglia dove sosterà 4 mesi prima di essere messo in vendita. Ne risulta un vino complesso dal colore giallo paglierino intenso. Al naso si percepiscono profumi di frutta a polpa gialla matura, camomilla, lieve speziatura e salvia. Buona la struttura generale. Avvolgente, con finale ammandorlato. Fresco, elegante, dal grande impatto. La Signora Patrizia, proprietaria insieme al marito dell’azienda, ci ha consigliato di abbinarlo a un gorgonzola piccante oppure al baccalà alla vicentina. Servitelo ad una temperatura di almeno 10°C anche se qualche grado in più, visto la tipologia, non guasterà.

LUNA PIENA Calabria IGP Rosato BIO 2021 13,5° (100% Gaglioppo). Un rosato che si veste di rosso. Questa è la definizione più appropriata che possiamo usare per questo vino. Ottenuto per criomacerazione e affinamento in acciaio con permanenza sulle fecce fini per circa 4 mesi, ha un colore rosa chiaretto cristallino. Al naso regala sentori tipici di frutta rossa del sottobosco, della fragolina selvatica. Profumi netti, eleganti e persistenti. Al palato si presenta con buona sapidità e acidità, anche se il vino è sicuramente equilibrato avendo la giusta alcolicità e la struttura tipica del Gaglioppo. Lungo e persistente si lascia bere con estrema facilità. Consiglio di abbinare questo vino al Cacciucco alla Livornese. Ha la giusta complessità e profumi per bilanciare uno dei piatti tipici della costa toscana. Per chi invece non ama il pesce, salumi e formaggi potranno essere degli ottimi compagni di viaggio. Servitelo a 12°C.

GOCCE DI FRISIO Calabria IGP BIO 2020 14,5° (80% Gaglioppo, 20% Merlot). I due vitigni vengono lavorati separatamente. Il Gaglioppo viene macerato per circa 7 giorni mentre il Merlot per 25 entrambi a temperatura controllata. Dopo gli 11 mesi in vasca di acciaio il vino viene passato per 8 mesi in tonneaux per poi sostare 3 mesi in bottiglia. Dal colore rosso rubino intenso, al naso è un’esplosione di profumi. Dalla frutta rossa molto matura ai fiori secchi come la rosa. Lasciandolo respirare nel bicchiere, il bouquet olfattivo viene completato dal profumo di tostatura, speziatura di vario tipo e un leggero balsamico che ricorda molto la menta selvatica. Al palato il vino è complesso, morbido, rotondo e avvolgente. La qualità del tannino è fine ed elegante lasciando una bocca pulita e ben equilibrata. Lungo e molto persistente, ha il grande pregio di non appesantire o annoiare il bevitore. Abbinate questo vino con un buon piatto di selvaggina oppure con formaggi stagionati, le vostre papille gustative ringrazieranno. Servitelo a una temperatura di 18°C


Giacinto Verga GV Calabria IGP 2017 15,5° (Gaglioppo, Calabrese Nero, Alicante). Un vero cavallo di razza, nato dopo tanto lavoro, prove e insuccessi. Ma la caparbietà di Antonio, il proprietario, ha portato a questo risultato. Dal colore rosso rubino intenso con riflessi granati, il vino ha un bouquet olfattivo, complesso, intenso, elegante e fine. Una gamma di profumi che variano al passare del tempo. Più il vino sosta nel bicchiere, più esprime tutte le sue potenzialità. Frutta rossa sotto spirito, fiori secchi e tutta una gamma di terziari che accarezzano delicatamente il naso. Al palato il vino è complesso, strutturato. Tannini presenti ma di ottima qualità. Anche in questo caso, l’eleganza è la nota davvero sorprendente. I 15 mesi di bottiglia prima della messa in commercio, armonizzano questo nettare divino. Questo vino è molto versatile, abbinabile con piatti dalle lunghe cotture, può essere utilizzato anche come vino da meditazione, magari davanti al focolare mordicchiando un pezzo di formaggio molto stagionato e perché no, una scaglia di cioccolato. Servitelo alla temperatura di 18°C


Filippo Franchini     

martedì 27 giugno 2023

Azienda Agricola Olivastri Tommaso. Storia di famiglia e di vino

 

Lungo la magnifica Costa dei Trabocchi, a San Vito Chietino (CH), si trova l’Azienda Agricola Olivastri Tommaso. Ci accoglie Chiara che rappresenta, insieme alle sorelle, la quarta generazione di vignaioli. Gentile, professionale, ci fa sentire come a casa. La cantina è a conduzione familiare per un totale di 15 ettari vitati di cui 4 appena impiantati, per una produzione, a seconda dell’annata, di circa 30/40 mila bottiglie. Pur mantenendo un carattere artigianale, si producono ottimi vini di qualità dai tipici vitigni abruzzesi: Passerina, Pecorino e Cococciola sulla costa dove il terreno è sabbioso; il Trebbiano e il Montepulciano d’ Abruzzo invece più verso l’interno dove troviamo un terreno argilloso.

La filosofia aziendale è quella di imbottigliare vini in purezza per rispettare al massimo le caratteristiche di ogni singola uva, esaltandone qualità e caratteristiche. Il sistema di allevamento è quello a tendone abruzzese tipico della zona.L’azienda produce anche un ottimo olio EVO dalle varietà Leccino e Gentile di Chieti. Ne abbiamo potuto provare la bontà e qualità grazie alle bruschette preparate per la degustazione dei vini. 

I nostri assaggi sono iniziati con L’Ariosa Abruzzo Passerina DOC 2022 13º. Vinificato e affinato in acciaio, si presenta di colore giallo paglierino chiaro con profumi intensi di frutta fresca e fiori bianchi. Le sottili note di menta selvatica completano il bouquet olfattivo. Ideale per aperitivi e antipasti leggeri a base di pesce. 

Abbiamo proseguito con L’Ariosa Abruzzo Cococciola DOC 2022 13,5º. Dal colore giallo paglierino poco intenso, presenta profumi eleganti, sottili ma ben distinguibili che si alternano nel bicchiere con una bella successione. Note agrumate, mela verde, e fiori bianchi come la ginestra, spicca per acidità e sapidità. Buona la persistenza. Vino che sposa degnamente la cucina di mare della Costa dei Trabocchi anche se potremmo spingere l’abbinamento anche su qualche formaggio fresco. 

Il terzo vino che abbiamo degustato è stato L’Ariosa Abruzzo Pecorino DOC 2022 14,5º. Dal giallo paglierino intenso, questo bianco esprime un bouquet olfattivo di prima qualità. Dalla frutta bianca fresca a quella tropicale. Note di fiori bianchi, salvia e balsamico. Al palato esprime tutta la sua ricchezza: sapidità, acidità e ottima struttura generale. Lungo e persistente. Un vino che non ama le mezze misure. Pesce al forno, piatti elaborati e carni bianche (coniglio e pollo soprattutto) sono gli abbinamenti più consigliati. 

Non potevamo tralasciare il Marcantonio Cerasuolo d’Abruzzo DOC 2022 14,5º. Vinificato e affinato solo in acciaio, colpisce per il suo colore cristallino e lucente. Nel bicchiere si sprigionano profumi intensi di ciliegia, fragola e melograno insieme a quelli di fiori freschi rossi. Il bouquet olfattivo è decisamente fine ed elegante con tutti gli aromi che delicatamente accarezzano il naso. Gusto sapido, fresco con ottima struttura generale. Lungo e persistente. Chiusura finemente ammandorlata. Un vino che si lascia bere con estrema facilità. Ottimo con un piatto tipico della tradizione abruzzese: ‘sagne e fagioli’ rosse. Da buon toscano però, sarei molto curioso di abbinare questo vino a un cacciucco alla livornese. 

Abbiamo concluso il nostro viaggio all’interno della produzione aziendale con il vino La Carrata Montepulciano d’Abruzzo DOC 2016 14,4°. E’ l’unica tipologia che faccia passaggio in legno. Dopo la vinificazione che avviene in acciaio a temperatura controllata, il vino affina per ben tre anni in acciaio, poi viene posto per 18 mesi in barriques di cui la metà di primo passaggio e l’altra metà di secondo passaggio. Dopo la permanenza in legno, La Carrata torna ancora in acciaio dove rimarrà per altri 6 mesi. Ma la sua maturazione, non finisce qui. Prima che sia messo in commercio, resterà per altri 6/8 mesi in bottiglia. 

Ne consegue un vino complesso, strutturato, opulento, destinato a durare nel tempo. Dal colore rosso rubino inteso con piccole sfumature granate, risulta impenetrabile quasi a macchiare il bicchiere. Bellissimi i sentori di frutta sotto spirito, accompagnati da profumi speziati, tostatura, cuoio, tabacco e balsamico. Al gusto è davvero potente, importante, nonostante un tannino presente ma mai troppo invasivo. Sapidità e acidità rendono questo vino equilibrato. Lungo e persistente, lascia in retro olfattiva sentori delicati di caffè e cioccolato che di fatto arricchiscono ancora di più questo cavallo di razza. Vino che predilige piatti di carattere, soprattutto la selvaggina da pelo. Ottimo anche come vino da meditazione, magari accompagnato da qualche formaggio ben stagionato e perché no, anche da scaglie di cioccolato. Lo abbiamo anche degustato in abbinamento ai dolci fatti in casa sapientemente preparati per l’occasione dalla mamma. Credetemi, un vero paradiso!

La produzione aziendale comprende altri due vini. Il Santa Clara Trebbiano d’Abruzzo DOC e La Grondaia Montepulciano d’Abruzzo DOC che torneremo sicuramente a degustare. 

Esperienza magnifica per un viaggio all’insegna di una famiglia, impegnata direttamente e in prima persona in tutte le fasi produttive. Amore per questa terra e dedizione al lavoro svolto, sono le basi che hanno mosso e muovono tutt’oggi la Famiglia Olivastri, impegnati nella produzione di vini di qualità nel pieno rispetto della natura e della storia.

Concludo con le parole di Gabriele d’Annunzio “San Vito è la mia Mecca, la mia città santa a cui vanno le più alte aspirazioni dell’essere”. Aggiungere altro sarebbe impossibile. 

Filippo Franchini     


lunedì 29 febbraio 2016

Il Molise e la Tintilia alla conquista di Roma

Con i suoi trecentododici mila abitanti (pochi di più per la verità), il Molise vanta due particolarità: essere la seconda regione più piccola d’Italia dopo la Valle d’Aosta, avendo però il primato di essere la comunità amministrativa più giovane del Paese. Terra poco conosciuta ma dalla grandi potenzialità dove, olio, tartufo e formaggio, insieme al vino, sono le produzioni più importanti con eccellenze di primissima qualità. Ghiotta occasione per degustare, apprezzare e conoscere tutto questo è stata la manifestazione “Il Molise a Roma”, svoltasi lo scorso 28 Febbraio a Villa Rinaldo all’Acquedotto, dove questa Regione ha potuto mostrare davvero il meglio di se. Si sono confrontati produttori di olio, tartufi, formaggi e naturalmente di vino, produzione questa che negli ultimi anni sta avendo un notevole successo grazie anche alla riscoperta ed alla cura del suo vitigno principe: la Tintilia. Regione prevalentemente montuosa, costituita da rocce mioceniche, cretaciche e giurassiche, cui si è sovrapposta una formazione calcarea e di ciottoli che di fatto formano la tipologia del terreno. Nella zona pianeggiante invece, il terreno è costituito da argilla e sabbia soprattutto nelle zone che costeggiano i due fiumi, il Biferno e il Trigno. Nella zona pianeggiante di Larino invece la composizione del territorio è principalmente costituita di calcare bianco. Clima semicontinentale con primavere, nelle stagioni normali, molto piovose.
Se all’inizio del secolo, fino alla fine degli anni sessanta, la produzione vitivinicola Molisana era destinata soprattutto ad uso familiare (autoconsumo) con poca attenzione verso la qualità, il cambio di rotta è diventato inevitabile quando si sono realmente capite le importanti potenzialità che vitigni e territorio potevano esprimere. Parliamo di un territorio dove l’ 80% della produzione è costituito da vini con base a bacca rossa ed il restante, naturalmente, a bacca bianca. Vicino a vitigni come il Montepulciano, l’ Aglianico, il Merlot, il Cabernet Sauvignon ed altri, senza dubbio riveste un ruolo di prim’ordine la Tintilia, vero vitigno autoctono della regione. Per quanto riguarda invece i vitigni a bacca bianca, trovano ottime espressioni la Falangina, la Malvasia ed il Trebbiano che però sono in netta minoranza rispetto ai vitigni a bacca rossa.

Come detto, la Tintilia è la regina del Molise, autoctono della regione, si pensava fosse un parente stretto del Bovale grosso Sardo, ma gli studi del dna hanno sancito che non esiste nessuna parentela tra i due vitigni. Dal grappolo piccolo e spargolo con acino dalla buccia mediamente spessa, molto pruinosa, di colore blu-nero ricca di antociani, ha rese molto basse che si aggirano intorno ai 35/40 quintali per ettaro. A dire il vero il disciplinare della Tintilia del Molise D.O.C.  permetterebbe rese maggiori ma i produttori, attenti ad una produzione di qualità, preferiscono restare molto al di sotto delle rese consentite. Le caratteristiche di questo vitigno sono molto particolari come particolari sono i suoi sentori. Piccoli frutti del sottobosco, floreale, note di speziatura dolce, tostatura, cuoio e pellame, formano sovente il bouquet olfattivo dei vini prodotti con questo vitigno (il disciplinare ne consente un minino del 95%, praticamente in purezza), anche se molti produttori dichiarano di affinare il proprio prodotto solamente in acciaio. Alcolicità, acidità, tannicità e sapidità (quest’ultima a seconda della zona di produzione) sono le altre caratteristiche dei vini prodotti con questo vitigno. Vino che naturalmente si presta moto bene all’invecchiamento dove tannicità, alcolicità, corpo e acidità garantiscono lunga vita ad ogni bottiglia. Anche il colore ha le sue particolarità. Da giovane i vini a base di questo vitigno si presentano tutti di un coloro rosso rubino intenso, molto scuro quasi impenetrabile, che con il passare degli anni vira a tonalità più decisamente granate. 
Ho potuto verificare quanto sopra scritto partecipando ad un bellissimo seminario proprio sulla Tintilia del Molise curato e presentato dalla docente nazionale ONAV Sig.ra Carla Iorio che con capacità ha saputo condurci attraverso il territorio del Molise e nelle zone di eccellenza di produzione della Tintilia. Di seguito i vini degustati in rigoroso ordine di servizio.

1) Collequinto Anno 2015 - Gradi 13,5° - Cantina Claudio Cipressi
2) Lagena Anno 2014 - Gradi 13,5° - Cantina Angelo D’Uva
3) Re Bove Anno 2012- Gradi 14° - Cantina Cieri
4) Opalia Anno 2010 - Gradi 14° - Cantina Campi Valerio
5) Tintilia del Molise Anno 2012 – Gradi 14,5° - Cantina Catabbo
6) Sator Anno 2012 - Gradi 14,5° - Cantina Cianfagna  
7) Rutilia Anno 2011 - Gradi 14° - Cantina Salvatore Pasquale
8) Uva Nera Anno 2009 - Gradi 14 – La Cantina di Remo

Permettetemi di segnalare fuori degustazione un vino che mi ha davvero colpito per eleganza, finezza, potenza e complessità olfattiva. La Cantina è quella del Sig. Claudio Cipressi il quale mi ha fatto degustare il “suo” Macchia Rossa del 2011, Tintilia in purezza con gradazione alcolica di 14,5° invecchiata solo e soltanto in acciaio. Alla mia domanda perché avesse fatto la scelta di non usare legno per l’invecchiamento di questo vino, la sua risposta testuale è stata la seguente: “io devo farti sentire, conoscere la vera espressione della Tintilia senza camuffarla con niente. Se non facessi questo tradirei la mia terra…”

Franchini Filippo










mercoledì 3 febbraio 2016

Favorosa - La Biòca s.r.l. Agricola

Azienda:                  La Biòca s.r.l. Agricola
Vino:                       Favorosa – Langhe Doc Favorita
Vitigni:                    Favorita 100%
Anno:                      2012
Gradi:                      12,5°
Fermentazione:       -
Affinamento:         2/3 nelle barrique di rovere americano con tutta la feccia (“sur lies totales”) per 3,5 mesi con batonnage frequenti. Dopo l’assemblaggio il vino rimane ancora 2 mesi in acciaio.


Quando parliamo di Langhe, il nostro pensiero corre subito ai grandi vini rossi che questa terra da sempre produce e che di fatto hanno reso questa zona, famosa in tutto il modo, vera perla enologica Italiana e non solo. Vicino a vitigni importanti come Nebbiolo, Barbera, Dolcetto (solo per fare alcuni nomi), non va certo dimenticato il vitigno bianco Favorita che proprio da queste parti trova il suo habitat naturale. E’ il nome che i Piemontesi hanno dato al Vermentino, per meglio dire a quel biotipo locale che con il passare degli anni ha assunto caratteristiche differenti da quelli Toscani, Liguri e Sardi. Con fortuna e molto piacere ho potuto degustare quello prodotto dall’Azienda La Biòca, sita proprio nelle Langhe e più precisamente a Serralunga d’Alba (CN). Piccola azienda vitivinicola con poco più di 8 ha ed una produzione che non supera le 50.000 bottiglie, ha fatto della qualità un vero e proprio stile di vita. Già nel nome (la “biòca” in piemontese indica una persona decisa, testarda) è riassunto tutto lo stile e l’impegno che i proprietari mettono nel produrre vino, cercando di esprimere tutta l’eccellenza di questa meravigliosa terra.
Di colore giallo paglierino carico con intensi riflessi dorati, questa Favorosa, si presenta al naso con delicati ma intensi profumi agrumati e floreali. Arancia, buccia di limone, fiori bianchi ed un delicato sentore di salvia completano elegantemente il bouquet olfattivo. Anche note di mineralità e vaniglia sono presenti, percettibili solo a nasi più attenti ed allentati. Ottima complessità e  persistenza aromatica fanno di questo vino una gradita sorpresa.
La musica non cambia nemmeno nella fase gustativa. Vino di buon corpo e struttura (anche frutto del particolare affinamento), colpisce per freschezza ed acidità, nonostante si stia parlando di un vino bianco del 2012. Ma attenzione, questo non deve portare a giudizi affrettati. La sua freschezza ed acidità sono piacevolmente bilanciate dalla nota morbida che fanno di questa Favorita un vino decisamente  bilanciato. Ma non solo. Questo gioco morbidezza/freschezza/acidità, rende il tutto molto intrigante, sicuri di essere davanti ad un vino particolare, dalle mille sfaccettature.
Molto belle sono le sensazioni retro olfattive dove questa bottiglia di vino esprime tutta la propria potenzialità. Sentori agrumati e fiori bianchi, tornano a farsi sentire in modo deciso e persistente lasciando un delicato e gustoso senso di freschezza.
Abbinamento? Personalmente non gradisco quando un vino viene definito “a tutto pasto”, termine spesso inflazionato che sminuisce le reali potenzialità del vino stesso. In questo caso devo ricredermi. La Favorosa può davvero accompagnare qualsiasi tipo di pietanza. Dall’aperitivo ad un secondo elaborato. Pesce, pollo o coniglio che dir si voglia. Eviterei sughi “rossi” a base di pomodoro, la sua spiccata acidità potrebbe nettamente contrastare. Apprezzate tutte le caratteristiche di questa Favorita servendola ad una temperatura ottimale di 10°.
Una piccola curiosità. In etichetta sono riportati due acini di Favorita, tipicamente e rigorosamente grossi. Quando l’attaccamento alla terra diventa cultura!   

Filippo Franchini 

mercoledì 2 dicembre 2015

GEVREY-CHAMBERTIN. Applausi a bicchiere vuoto.

La scena è quella di un’enoteca. Pochi tavoli sulla sinistra, un paio di poltrone decò davanti ad un tavolo da fumo su cui campeggia un’enorme scacchiera.
Sulla destra la scaffalatura con le bottiglie per la vendita. Tante bottiglie. Alla vista, infinite.
Un uomo dall’età imprecisata è intento a consultare cataloghi di vini, seduto scompostamente su una delle poltrone. Ogni tanto allunga la mano ad afferrare un bicchiere posato sulla scacchiera in mezzo ai pedoni insieme ad una bottiglia. Lo sorseggia. E’ un vino rosso.
Entra una donna ben vestita, stretta in un impermeabile dal taglio strano, bianco, con lievi striature arancio. Un paio di tacchi da chiedersi come riesca a camminare con tale agio e una borsa bizzarra che la fa sembrare lo schizzo di uno stilista eccentrico, senza averne tuttavia le forme spigolose.

LEI “Buonasera, vorrei una bottiglia di Borgogna.”
LUI “Buonasera…….” 
La guarda per una durata di tempo immorale. In silenzio.
Dall’esterno si odono rumori di tuoni, la loro intensità diventa veemente. Di lì a breve forse pioverà.
LEI “Salve, come le dicevo, vorrei una bottiglia di Borgogna.”
LUI “Temo di non poterla aiutare.”
LEI “Non ne ha?”
LUI “Ne ho. E tuttavia credo che lei non se la possa permettere.”
LEI “Che cosa ha detto, scusi? Chi le dà il diritto di pronunciarsi con tanta maleducazione!”
LUI “Oh, non deve fraintendermi. Non alludevo certo ad una sua impossibilità pecuniaria. 
Lei, a ben guardarla, ha denaro sufficiente da comprarne quante ne vuole, e tuttavia non può permettersela.”
LEI “Non so se mi sconcerta di più la sua insolenza o la sua sfrontatezza. Arrivederci!”
LUI “Aspetti. Non se ne vada.”
LEI “Me ne vado eccome.”
LUI “Le ho detto di non andarsene.”
LEI “Di ciò che dice lei, francamente me ne infischio.”
LUI “Io ho una storia per lei e lei non se ne andrà!” 
LEI “Io vado dove mi pare BRUTTO STRONZO!”
Un tuono roboante.
LEI “……. mi scusi,  ho esagerato.”
LUI “Oh beh, ha ragione su tutto: sul fatto che lei possa andare dove le pare, sul fatto che io sia un gran bell’esemplare di stronzo, sul brutto poi… un assioma di assoluta verità. 
In ogni caso tutti abbiamo sempre bisogno di una storia, anche quando sembra di no.”
LEI “La smetta.”
LUI “La verità è che là fuori ha iniziato a diluviare e ad occhio e croce quelle scarpe costano parecchio di più del suo orgoglio. Mica le vorrà rovinare. Manolo?”
LEI “Non dica assurdità.  Louboutin!”
LUI “uuuuuuuuhhhhhhhh…”
LEI “Che cosa le prende adesso?”
LUI “La vita è un ingorgo bizzarro di coincidenze assonanti.”
LEI “Senta, adesso chiamo un taxi e tolgo il disturbo. Ho un appuntamento.”
LUI “Chiami chi la sta aspettando e dica che ritarderà.”
LEI “Non chiamerò proprio nessuno, se non il radiotaxi, e non ritarderò.”
LUI “…del resto lei è tanto considerevole da potersi far aspettare molto più a lungo di quanto non immagini.”
LEI “Stia zitto e ricordi che ho ancora uno “stronzo” in canna.”
LUI “Touché.  Si sieda, la prego. Prenda un bicchiere. Beva con me. E’ un vino di Borgogna che fa rima con le sue scarpe. Se ascolta la mia storia può averne una bottiglia.”
LEI “Stia zitto, non dica altre fesserie. Me ne vado da qui prima possibile.”
La donna prende dalla borsa il suo telefono e fa una chiamata. Sospira sconsolatamente, si siede e afferra il bicchiere che l’uomo le ha offerto.
LEI “Il mio taxi non arriverà prima di 42 minuti. Le concedo questi. Posso togliermi le scarpe?”
LUI “Sono scomode?”
LEI “Non ha idea di quanto.”
LUI “Perché le indossa allora?”
LEI “Che stupida domanda da uomo stupido! 
Scusi…….  
…..tanto valeva le rifilassi lo stronzo.”
LUI “Lo conservi, non si sa mai.”
LEI “…. perché sono LORO le più mirabili di tutte.”
LUI “Posso vederle da vicino?”
LEI “Cos’è, una specie di feticista?”
LUI “No, niente del genere. Solo curioso.”
LEI “Non può vederle, no. Mi racconti questa storia e facciamola finita.”
LUI “Lei è di una bellezza abbacinante.”
LEI “STRONZO!”
LUI “E con questa abbiamo finito le munizioni.”

Entra in scena una figura femminile apparentemente più giovane.
Veste in modo sfacciatamente essenziale un paio di jeans strappati, un maglione bianco con le toppe sui gomiti e insolite scarpe color carota.
Si appoggia allo scaffale dei vini e comincia a parlare.

Non aveva ancora finito gli esami che il professore con cui si sarebbe laureata, le propose uno stage di sei mesi in Borgogna, in un’azienda della Cote D’Or.
Accettò senza alcuna perplessità.
“Ma tu lo parli il francese?” le chiese l’assistente con l’intento di metterla in difficoltà difronte al suo superiore. La detestava. Dalla prima volta che aveva avuto a che fare con lei quando, in sede di esame, si era presentata ignorando del tutto l’aspetto tecnico della materia, l’unico veramente importante in quel settore, e nonostante ciò, era riuscita a strappare un ventotto, intortando quel vecchio tronfio con una manfrina legata alla storia, al medioevo, ai frati, alla letteratura. OCA..
“Neanche una parola!” rispose serafica, sorriso sfacciato, sguardo tagliente, ricambiando in toto l’odio per quel pezzo d’imbecille che sicuramente godeva più del fatto di poter dire in giro “sono l’assistente di”, di quanto non godesse a scoparsi la fidanzata. IDIOTA.
E così, una mattina presto d’inverno, ampiamente fuori corso, prese un treno, e poi un altro, e poi un altro ancora e infine un autobus che quasi a buio la scaricò proprio difronte alla statua di un uomo seduto e incappucciato di cui non si vedeva il volto. Pensò che non fosse un gran bel segno e tuttavia, alla sua maniera, era arrivata a Gevrey-Chambertin.
Il collaboratore dell’azienda per cui avrebbe lavorato la attendeva poco distante fumando Gitanes e riconoscendola nell’aria impacciata da italiana, mosso da un’ insolita, e inaspettata a quell’ora, cordialità francese, le andò incontro.
“Bonsoir Mademoiselle, Je suis Roland, Je suis ici pour vous, Je suis envoyé par M. Gilles Burguet.” 
“Oui” rispose. E non rispose altro che “oui” al soliloquio che Roland fece per tutto il tragitto, breve a dire il vero, che da quell’incappucciato distava al Domaine che l’avrebbe ospitata per i prossimi mesi. 
Oui oui oui oui. A ripetizione. Roland avrebbe sicuramente pensato che fosse un po’ tocca, ma tanto i francesi lo pensano lo stesso di tutti quelli che non son francesi. Pazienza. Domani avrebbe imparato una nuova parola e il giorno dopo altre due, e poi altre e altre, finché, come accadde, avrebbe parlato il francese in modo più soddisfacente di una diva su la Croisette. 
“Oui , je suis Catherine Deneuve” le sarebbe venuto meglio dell’originale, perdio!
Ad ogni modo, passò un sacco di tempo in mezzo a quelle vigne basse e imparò a riconoscere a colpo d’occhio filare per filare, e così, tanto per fare,  aveva dato un nome a ciascuno di quei muretti che circondavano le viti, curate con un’attenzione così maniacale che pareva di essere in una fabbrica giapponese, avendo un suo metodo personale di riconoscimento che chiamava in causa tutti i personaggi di fantasia o i concetti reali o fittizi, ma sempre a gruppi di sette. Samurai, Re di Roma, Meraviglie, Vizi Capitali, Sorelle. I muretti più sfigati facevano parte, ovviamente, del gruppo Nani.
Andò per mesi su e giù pedalando per il dipartimento con quella mountain bike nera e brutta e pesante che tuttavia Roland le aveva concesso in prestito con grande reticenza  e solo in cambio di una finocchiona, che si era fatta appositamente mandare da un amico toscano salumiere. 
Roland impazziva per la “finocchionà”. C’era poco da fare. 
Pedalava, fotografava, parlava in francese (ma solo quando ne aveva voglia), beveva, conosceva.
Non è dato sapere come,  ma imparò molto anche delle pratiche di cantina, più che altro osservando gli altri, perché pareva non capisse un accidente di quanto dicevano tra loro e, se interpellata, rispondeva spesso e volentieri “oui, oui, oui…” al che, tutti pensavano che dall’università italiana avessero mandato una stagista più tonta del solito.
E poi arrivò il giorno di tornare da dove era venuta. Andò da Roland a restituire quella ferraglia che lui si ostinava a chiamare mountain bike, ma lo fece solo in cambio di una bottiglia di pinot noir. Di quelle buone.

LEI intanto si è rimessa le scarpe e si alza dalla poltrona con il bicchiere in mano. Lo guarda, lo annusa, lo beve.
LEI: “ Il colore è troppo intenso per essere quello di un pinot. Del resto con i terreni su cui vivono le vigne che lo generano, tanto di meglio non si può ottenere. Per quanto le note olfattive siano tipiche di uno Chambertin, con richiami al ribes nigrum e al lampone, questo è ancora troppo giovane e porta con sé un carico da novanta di sentori terrosi; secondo me le uve sono state raccolte dalle vigne accostate al muretto “Accidia”. Quelle non hanno mai avuto granché voglia di darsi da fare.
La trama tannica tuttavia è impenetrabile e nobile. Sarebbe migliorato con il tempo, altroché, ma lei non ha avuto la pazienza di aspettarlo, e la spinta di questa polpa che adesso le esplode in bocca come un petardo, si sarebbe evoluta in un gioco pirotecnico che l’avrebbe lasciata senza fiato.
Ah… dica a Roland che è sempre stato un gran coglione e che il vino che mi ha rifilato per riavere quel cesso di bici era davvero una merda.”
LUI “Se lei sapeva, perché... ”
LEI “Perché anche quando sembra di no, tutti hanno bisogno di una storia, soprattutto se è la propria.
Il mio taxi è arrivato. La saluto.”
Posa il bicchiere ed esce. 
Dopo pochi secondi rientra concitata. Si dirige verso lo scaffale ed afferra una bottiglia con piglio sicuro.
LEI “Dimenticavo il mio vino.”

Vanessa Gabelli

*ogni riferimento a Tabucchi, Baricco e Grossman è fortissimamente, quanto indegnissimamente, voluto.


martedì 24 novembre 2015

Barbacarlo. Suggestioni di un pomeriggio autunnale

"Pronto?"
"Barbacarlo? Signor Maga?"
"Sì..."
"Sì, buongiorno, mi chiamo Vanessa Gabelli, la sto chiamando dalla Toscana, sono un sommelier, un ristoratore, in realtà sono soprattutto un'appassionata di vino e dato che domani sarò dalle sue parti, mi chiedevo, ecco, io mi domandavo se... se a lei facesse piacere e fosse così gentile... perché insomma per me sarebbe un onore conoscerla e poter acquistare qualcuna delle sue bottiglie... e in effetti, mi chiedevo se posso venire a trovarla perché sarebbe una bella occasione e anche un'opportunità e..."
"Sì, va bene."
"Va bene??!? Davvero va bene??! La ringrazio sa, grazie, grazie davvero! allora ci vediamo domani pomeriggio, dovrei arrivare intorno alle 16:00 forse 16:30.... L'indirizzo é questo qui che leggo sulla Guida? via Mazzini a Broni? Ce la trovo a quell'ora?...."
"Sì. Arrivederci."
Clic.
Comincia così. Con la mia logorrea inarrestabile contrapposta al suo dialogare misurato.
Io sono io, cioè nessuno.
Lui è Lino Maga, una leggenda del vino.
Broni è bagnata "quel giorno" da una pioggia insistente e tenace, avvolta da un grigiore nebbioso che satura l'aria.
Parcheggio l'auto neanche troppo vicino e come al solito sono senza ombrello.
La via è quella giusta, il numero civico pure, una vecchia insegna sbiadita inquadra la scritta Barbacarlo. Dietro ai vetri del punto vendita si intravedono bottiglie, tante bottiglie.
L'ora è quella stabilita. Io ci sono, ma lui non c'è.
All'interno tutto è silente, tutto è buio. Si sta facendo buio anche fuori.
Riprendo il telefono in mano e "Sí, pronto Signor Maga? Sono Vanessa Gabelli, si ricorda...l'ho chiamata ieri, sono qua fuori, davanti all'entrata, ma è tutto spento, non c'è nessuno... Forse ho sbagliato... Forse..."
"Le apro."
Pochi secondi e si accendono le lampadine gialle di un vecchio lampadario polveroso all'interno. Sembra tutto un po' impolverato in effetti...
"Prego, si accomodi" eccolo qua, con una sigaretta tra le dita.
"Mi scusi sa, ero in ufficio, sommerso dalla carte. Mi uccideranno le carte, mica queste" e tira sú la mano indicando la sigaretta.
Quello che ricordo del paio di ore successive all'apertura di quella porta è una storia dai contorni sfumati. Forse avrei dovuto registrare la conversazione nata da questo incontro fortunato, come tanti hanno fatto prima di me. Gente seria, preparata. Giornalisti. Professionisti del settore.
Io sono arrivata qui disorganizzata come sempre, neanche troppo informata sui vini e sul personaggio, avendo letto qualcosa certo, ma senza approfondire troppo, animata dalla  convinzione che la cosa più bella di questi eventi sia proprio la sorpresa che nasce dall'incognita priva di preconcetti.
Lino Maga è un uomo ottuagenario, un uomo pieno di silenzi, di sospensioni, circondato dal fumo delle sue MS, capace di una gestualità garbata che la penombra dell'ambiente inquadra in una scenografia quasi amarcord.
Mi parla delle peripezie legali affrontate nel corso di decenni per difendere la sua creatura, il suo Barbacarlo e di come ne sia uscito trionfante, lui semplice contadino (come ama definire se stesso) difronte a ciclopici enti e fondazioni.
Parla degli uomini importanti che hanno tanto amato il suo vino, politici, critici enogastronomici, personalità influenti sotto ogni punto di vista e me li indica nelle fotografie ingiallite. Lo fa con umiltà e incuranza, ma io mi faccio sempre più piccola sulla sedia.
È il suo un monologo teatrale intriso di garbo e di fumo, nel quale entrano spesso in scena i suoi vini, che assaggio di diverse annate senza un ordine apparente - sicuramente non quello che avrei dovuto adottare a rigor di degustazione- ma semplicemente perché quegli anni saltan fuori in maniera anarchica come i suoi ricordi.
“Assaggi questo. A me mi piace, mi pare di averlo fatto bene.
Quello dell’anno successivo mica tanto, ma io sono onesto, l’ho scritto in etichetta che quello non è adatto ad essere invecchiato… Del resto mica si può pretendere che i vini vengano bene sempre. Che vengano uguali. La natura è mutevole, come può non esserlo un vino”.
E avanti e indietro da un anno ad un altro, in un bizzarro saltatempo, in una decina, per lo meno, di assaggi di cui, ovviamente non ho neanche scritto un appunto di degustazione, perché oggi è andata così, oggi non sono un sommelier, sono una donna che ascolta un vecchio.
Magari un giorno tornerò in questa terra e farò le cose per bene, come si deve, ma oggi mi faccio sorprendere, mi faccio conquistare da questa vita asmatica. Mi viene da guardare quelle sue mani da viticoltore e mentre lui parla e tace, la mia testa è già altrove.
“Il bosco si era fatto troppo avanti.
Era inspiegabile come avanzasse tenacemente di anno in anno, uno tsunami di sterpaglie e rovi e intrichi e fogliame e vita verde che non si arrestava, arrestando invece il ciclo vitale delle vigne, che pian pian cedevano il passo a quel mostro vegetale aggrovigliato.
A ben pensarci, lavorare su quei pendii era diventato piuttosto complicato alla sua età e anche i mezzi, e le motivazioni per arrestare l’onda, erano a quel punto entrambi un po’ malconci.
Non che fosse vecchio, neanche si potesse misurare l’età con una questione puramente anagrafica, diciamo piuttosto che era avanzato.
Aveva fatto qualche passo, avanzando per tanto tempo in quella sua vita semplice da contadino dell’Oltrepò, ma che questo significasse esser vecchi era tutto da vedersi.
Pensò che c’era anche da risolvere la questione della Jeep del figlio, rubata e poi ritrovata con la tappezzeria intrisa di gasolio, probabile bottino di un furto mirato, dove quei figli di una donnina poco perbene, avevano oltretutto lasciato alcuni bossoli di arma da fuoco.
A nulla erano valse le spiegazioni e le giustificazioni che non fossero cose appartenenti al figlio.
I carabinieri avevano provveduto al sequestro dell’auto e all’emissione della multa per abbandono di munizioni. Così va la vita.
Non che la perdita, seppure temporanea, di quella carretta sgangherata e inaffidabile fosse poi così drammatica, ma c’era pur da muoversi a piedi per quei terreni ingrati ai reumatismi facendo attenzione a che il buio autunnale non fosse più rapido a venire, delle sue gambe.
Si accese un’altra sigaretta e guardando quelle vigne pensò a quanto fosse stato matto ad aver trascorso buona parte della sua vita a difenderle. Ripensò a tutti i soldi spesi per intraprendere battaglie legali degne di una campagna militare napoleonica. E alle vittorie, le sue.
Perché c’era qualcosa di profondamente giusto lungo le linee di quei filari, una giustizia chiamata dalla terra e sarebbe stata una gran puttanata non prestare ascolto a quel richiamo.”*

Vanessa Gabelli

*ogni riferimento a fatti riportati nel brano corsivo è frutto di pura fantasia

mercoledì 18 novembre 2015

Danze Della Contessa - Azienda Agricola Vitivinicola Bonsegna

Azienda:           Azienda Agricola Vitivinicola Bonsegna
Vino:                Danze Della Contesa Nardò Doc - Barricato
Vitigni:             Negroamaro 
                         con piccole quantità di Malvasia Nera di Lecce
Anno:                2012
Gradi:                14°
Fermentazione:  Con lieti selezionati
Affinamento:     Sei mesi in barriques 

E’ proprio vero, la nostra meravigliosa Penisola, non smette mai di stupirci. Tradizioni, culture e sapori sono gelosamente custodite da generazioni, regalandoci ogni volta stupende ed inattese sorprese. La Puglia non è sicuramente da meno dove cucina e vino sono protagonisti da secoli. Stiamo parlando della patria del Negroamaro, del Primitivo, dell’Uva di Troia, del Bombino Nero e Bianco, dell’ Aleatico, del Moscato Bianco, della Malvasia Nera di Brindisi e di Lecce e di tanti altri vitigni che danno vita, in questa terra baciata dal sole, a vini dal carattere deciso, corposi e dagli intensi profumi. Chiamata la Cantina d’Italia, la Puglia ha saputo in questi anni rinnovarsi grazie anche al grandissimo lavoro fatto dai produttori che, capendo il potenziale del proprio territorio e dei propri vitigni, hanno decisamente virato verso una produzione vinicola di qualità che finalmente sta dando i propri frutti, meritando la giusta e doverosa attenzione sul palcoscenico Italiano. Con il “nostro” Danze Della Contessa scendiamo a Nardò in provincia di Lecce dove l’Azienda Agricola Vitivinicola Bonsegna produce i suoi vini da cinquanta anni disponendo di quindici ettari vitati nelle contrade Cenate Vecchie, Nucci, Carignano e Speranza, dell'agro di Nardò, nelle quali, notoriamente, si producono uve (e vini) di ottima qualità. Azienda che ha saputo fare del Negroamaro, della Malvasia Nera di Lecce e del Primitivo i propri cavalli di battaglia, producendo vini di ottimo livello, valorizzando egregiamente il terroir di provenienza. Interessante notare, proprio nella zona di Nardò, una cospicua ed abbondante produzione del vitigno Garganega, non proprio tipico di queste parti, dove Moscato e Malvasia Bianca, completano la gamma delle uve coltivate. Proprio dalla potenza del Negroamaro nasce questo Danze Della Contessa, vino che è frutto di un'accurata selezione di uve sane e mature vendemmiate nella seconda decade di Settembre, provenienti da un vigneto di oltre trent'anni che produce non più di 80 quintali per ettaro. Inutile sottolineare che la vicinanza del mare e la struttura del terreno conferiscono a questa bottiglia di vino caratteristiche uniche rintracciabili solo nella DOC Nardò.
Di colore rosso rubino intenso, già dalle prime “olfazioni” è chiaro di trovarsi davanti ad un vino che non smetterà di stupirci fino a fine degustazione. Frutta rossa di buona maturazione, vegetale secco e mineralità sono le caratteristiche principali di questo vino. A completare però questa complessa gamma olfattiva, troviamo tutto quel terziario sicuramente dato dai sei mesi di barriques dove spezie, liquirizia e note di caffè sono eleganti e ben percettibili. Per i nasi più attenti non sarà difficile cogliere qualche nota di balsamico come il mentolato. In bocca il vino avvolge egregiamente il palato. Di buona struttura generale, questo Negroamaro con piccole quantità di Malvasia Nera di Lecce si presenta morbido e rotondo degnamente bilanciato da acidità, sapidità, e dalla nota tannica che di fatto rendono il vino equilibrato. In retro-olfattiva, torna prepotentemente la nota speziata. Pepe nero, cannella, ma anche chiodi di garofano, liquirizia, caffè, cioccolato e cuoio a sottolineare di come il passaggio in legno abbia reso questo vino un vero capolavoro, naturalmente per gli amanti di questo stile di produzione dove la barriques è stata “usata” con cognizione di causa.
Qui non vedo dubbi con quali pietanze accompagnare le Danze Della Contessa. Se servirete questa bottiglia di vino ad una temperatura di 18/20° non potranno mancare sulla vostra tavola grandi piatti a base di carni rosse, oppure di formaggi dalla lunga stagionatura. Qualunque sia il cibo con cui delizierete la vostra serata, scoprirete il sapore ed il calore della terra Pugliese.

Filippo Franchini